4 ago 2008

Il processo di beatificazione

Negli anni '80 iniziò tutto con l'associazione del Divino Volere


Luisa Piccarreta morì a Corato il 4 marzo 1947. Non appena si diffuse la notizia, una folla immensa uscì per le strade della cittadina pugliese inneggiando alla santità.

Le cose, però, richiesero tempi più lunghi. Solo negli anni ’80, infatti, si fece strada l’ipotesi di un processo di beatificazione. Con questo fine si costituì l'Associazione del Divino Volere, approvata dall'Arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, monsignor Giuseppe Carata. Il processo fu aperto nel 1996 nell'Arcidiocesi da S.E. Monsignor Carmelo Cassati, che istituì il Tribunale ecclesiastico. Dal 2001 divenne postulatore il sacerdote Sabino Lattanzio. Ci vollero quasi dieci anni per concludere la fase diocesana del processo: il 29 ottobre 2005, con una solenne cerimonia nella Chiesa Matrice di Corato, l'Arcivescovo di Trani, Monsignor Giovanni Battista Pichierri, trasmise ufficialmente gli atti al competente dicastero della Santa Sede per il prosieguo dell'iter canonico. Da allora la questione è al vaglio degli uffici competenti in Vaticano, dove si studiano gli scritti di Luisa (circa 36 volumi) con rigore e severità.E’ lo stesso rigore mostrato dall’associazione del Divino Volere, contattata telefonicamente dal Quotidiano. Per i suoi membri la beatificazione di Luisa non è qualcosa da ottenere per forza. Loro si occupano di ricostruirne la vicenda con scrupolo, sempre attenti alla verità e a ciò che è possibile attestare documentariamente. Poi deciderà la Chiesa.
Dal Vaticano non trapela molto, ma un aspetto “a favore” di Luisa sarebbe proprio la sua pronta obbedienza alle direttive della Chiesa, che si manifestò spesso nella sua vita. Sia quando si trattò di obbedire alle indicazioni dei sacerdoti (dagli orari quotidiano alle disposizioni sul cibo), sia quando si trattò di abiurare i suoi stessi testi perché colpiti da censura ecclesiastica. Questa sua prontezza al “passo indietro” è una sfida per ogni concezione soggettiva (tanto diffusa oggi) dell’esperienza religiosa, spesso vissuta solo interiormente come patetico conforto psicologico o interpretazione soggettiva (e spesso utilitaristica) della Parola evangelica. Magari giustificando il tutto facendo ricorso a un malinteso concetto di autonomia delle coscienze. Un esempio grande contro un modo di guardare la Chiesa fatto di “secondo me”, di “cattolicesimo adulto”, di “preferivo il papa di prima”, e di tutti i limiti in cui può cadere una concezione ridotta dell’esperienza cristiana.


Pino Suriano - www.ilquotidianodellabasilicata.it

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